Vinitaly 2026: la mia scoperta del Pinot Nero del Vulture

Quando si parla della Basilicata, il primo vitigno che salta alla mente è sicuramente l’Aglianico, eppure non è l’unico vitigno che in questa zona riesce a regalare espressioni sorprendenti! 

A dimostrarcelo è stata la cantina Terra dei Re, che ha presentato, da Skalette Bistrot durante una serata del Vinitaly, il suo progetto di “Basilicata Sparkling” 🥂.

Per la prima volta dopo 25 anni di attività, i proprietari della Cantina, Claudio Rabasco con la moglie Claudia Fusco e Paride Leone si sono presentati al pubblico, raccontando con orgoglio il lavoro svolto sul Pinot Nero del Vulture, coltivato a circa 800 metri di altitudine sulle pendici del Monte Vulture, l’antico vulcano spento.

Uno dei vigneti di Pinot nero più alti d’Italia, in un contesto unico che, già sulla carta, incuriosisce: condizioni pedoclimatiche straordinarie dettate dalle colate laviche, clima nordico, forti escursioni termiche. Ma è nel calice che tutto prende senso.

Ho degustato i due spumanti Vulcano 800, millesimo 2021: Blanc de Noirs e Rosé, entrambi con 36 mesi sui lieviti.

La cosa che mi ha colpito subito è stata l’eleganza. Sono vini freschi e fragranti, con una ricchezza aromatica evidente e una componente minerale ben marcata. Non sono “esercizi di stile”: c’è un’identità chiara, che rimanda sia all’altitudine sia al terreno vulcanico.

Il Rosé, in particolare, l’ho trovato più delicato, mentre il Blanc de Noirs ha una struttura piacevolmente complessa. 

In entrambi ho ritrovato note di piccoli frutti rossi di bosco, come ribes e fragole e una componente aromatica fine, mai sopra le righe.

Durante la degustazione si è parlato molto anche del contesto storico del Pinot Nero in Basilicata. Non è solo un’operazione contemporanea: ci sono studi e testimonianze che documentano la presenza del vitigno in Lucania già in epoca preunitaria, e ipotesi ancora più antiche che lo collegano all’area dell’Enotria.

Importanti studi ampelografici, ipotizzano che il Pinot fosse già in uso tra la Cultura delle “tombe a fossa” e la colonizzazione greca, raggiungendo successivamente le coste francesi e, in particolare, le foci del Rodano. È proprio dal Rodano che si diffonde il Pinot fino a risalire verso la sua parte più alta e ancora verso la regione della Burgundia.

Testimonianze più recenti della presenza del Pinot Nero in Lucania le troviamo nel censimento vitivinicolo del 1811, voluto da Gioacchino Murat e successivamente, nel 1887, con il dottor Lacava, nel discorso di inaugurazione della prima mostra enologica svoltasi a Potenza.

Ma sono numerose le testimonianze della presenza del Pinot Nero in Basilicata, principalmente nelle aree climatiche adatte alla sua coltivazione.

È un aspetto che, personalmente, trovo interessante perché cambia il modo di leggere il progetto: non è un esperimento isolato, ma si inserisce in una storia più lunga di quanto si pensi.

Dal punto di vista enologico, il lavoro porta la firma di Riccardo Cotarella, e del suo Team capitanato dall’enologo Pier Paolo Chiasso, presente anche all’evento per supportare il racconto di questi vini. Si percepisce una linea stilistica chiara: vini puliti, coerenti, che puntano sulla precisione più che sull’effetto.

Quello che mi porto via da questa degustazione è soprattutto un cambio di prospettiva. Il Vulture resta una terra fortemente legata all’Aglianico, ma questo assaggio dimostra che può esprimersi in modo convincente anche su un altro fronte, quello delle bollicine da Pinot Nero.

Non è qualcosa che mi aspettavo, ed è probabilmente per questo che è stata una delle degustazioni più interessanti che ho fatto durante Vinitaly.

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