“Le Nostre Radici Vitivinicole”

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Articolo di Saula Giusto 

Seminario “Le Nostre Radici Vitivinicole” del 12/05/2019, che si è tenuto nel corso della prima edizione della fiera mercato “Diamoci un taglio, beviamoli in purezza”.

Nonostante eventi meterologici particolarmente avversi, la prima edizione di ‘Diamoci un taglio, beviamoli in purezza’ (prima fiera mercato di vini ottenuti da monovitigni, normalmente usati in blend) ha avuto un ottima affluenza sia di appassionati che di operatori del settore. Il successo è stato decretato oltre che dalla scoperta di ottimi vini e prodotti gastronomici anche poco conosciuti, dalla giusta intuizione e capacità organizzativa de La Pecora Nera (casa editrice specializzata nella realizzazione di guide enogastronomiche ed eventi a tema), dalle scelte qualitative effettuate del coorganizzatore Pasquale Livieri (esperto del settore e fondatore dell’enoteche romane ‘Il Sorì’ e ‘Matière – bar-à-vin ‘) e dall’apporto didattico del curatore scientifico Alfonso Isinelli.

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Proprio grazie a questi ultimi due protagonisti dell’evento, ‘Diamoci un Taglio’ è stata arricchita da un interessante calendario di seminari che hanno regalato la possibilità ai partecipanti di conoscere, per la prima volta o meglio, le caratteristiche, i territori, le storie e le persone relative a vitigni usati in passato per vini da taglio, oggi vinificati in purezza con risultati sorprendenti e di ottima qualità.

In particolare ho partecipato ad uno dei tre seminari previsti:

Le nostre radici viticole’ in cui, con la conduzione esperta di Pasquale Livieri e di Alfonso Isinelli e la fondamentale partecipazione dei produttori coinvolti, è stato possibile approfondire ed apprezzare alcuni tra i vitigni ed i vini da taglio meno conosciuti: dalla Coda di Volpe di Vadiaperti, al Pallagrello Bianco e Pallagrello Nero in blend con Casavecchia di Quercete, al Centesimino di Cantine San Biagio Vecchio, al Guarnaccino di Masseria Perugini, alla Tintilia di Tenute Martarosa e Vinica. Degustando ben 11 vini, abbiamo condotto un viaggio ideale attraverso un’Italia vitivinicola meno conosciuta ma, forse proprio per questo, affascinante e dalle grandi potenzialità produttive.

Ecco il mio racconto, che cerca di tradurre in parole le storie raccontate dai produttori e le sensazioni percepite grazie ai vini degustati.

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VADIAPERTI http://www.vadiaperti.it/

E’ stata una grande fortuna fosse presente l’attuale titolare Raffaele Troisi, capace di raccontare con entusiasmo e grande capacità comunicativa la storia e gli obiettivi della propria azienda, nonchè le ottime caratteristiche organolettiche del vitigno presentato, il Coda di Volpe, su cui Raffaele ha sempre puntato, sin da quando ha deciso di imbottigliarlo la prima volta (produttore tra i primi a scommettere sulle sue grandi potenzialità in Irpinia ed in Italia).

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La storia di questa azienda, sita a Montefredane, sulle colline della valle del Sabato, in contrada Vadiaperti, tra i 400 ed i 600 mt., inizia con il padre di Raffaele, Antonio Troisi, professore di storia, che nell’84 pensò che il Fiano prodotto meritava di essere imbottigliato. Questa scelta oggi appare quasi scontata (in Campania e non solo), ma allora rivoluzionò la viticultura irpina! Da allora a Vadiaperti sono sempre andati dritti per la loro strada ed hanno sempre prodotto vini di classe, prevalentemente bianchi, minerali ed austeri, al di fuori di dinamiche di moda e gusto popolare. Al Fiano, nel ’90, si aggiunse il Greco di Tufo e, nel ‘93, il Coda di Volpe. Vitigno poco conosciuto e poco produttivo, di difficile vinificazione, introdotto in azienda grazie alla rischiosa e caparbia scommessa del giovane figlio Raffaele che, dopo gli studi di chimica, tornò in Vadiaperti per affiancare il padre. Oggi Raffaele è il titolare e conduce l’azienda con determinazione, nel rispetto delle idee paterne: coltivazione esclusivamente di vitigni autoctoni, massima cura in vigna, flessibilità nelle tecniche di conduzione, estremo rispetto di ambiente, caratteristiche dei vitigni coltivati e, soprattutto, del prezioso territorio vulcanico che rende i vini prodotti unici ed inimitabili.

Il Coda di Volpe:

è un vitigno a bacca bianca autoctono della Campania, che deve il suo nome alla lunga parte bassa e tozza del suo grappolo somigliante, appunto, alla coda della volpe. Vitigno molto antico, risalente all’epoca romana e descritto nell’Historia Naturalis di Plinio il Vecchio come uva da taglio. Le uve hanno alte concentrazioni zuccherine, per questo motivo viene vendemmiato in anticipo, in modo che l’acidità sia ancora presente nel vino; per lo stesso motivo era il vino prodotto era considerato come ottimo da taglio per uve particolarmente acide.

Raffaele ha una vera predilezione per il Coda di Volpe, di cui sottolinea la dote di esprimere ottimamente le caratteristiche del territorio, in Irpinia ricco di sostanze vulcaniche, oltre alla ben nota sapidità raffinata al palato che, nel caso di Vadiaperti, acquista connotazioni marcatamente minerali. Raffaele aggiunge che, in annate favorevoli e sempre se gestito e prodotto con cura, il Coda di Volpe può assicurare anche vini longevi. In degustazione due versioni molto diverse di questo vitigno, a voler dimostrare le possibili diverse espressioni che si possono ottenere.

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Spumante Brut di Coda di Volpe 2016

Uve Coda di Volpe 100%; prodotto seguendo le regole del metodo Charmat “lungo” (per 1 anno). Giallo paglierino carico, luminoso, dal perlage fine. Naso interessante e poco comune, per un metodo charmat: crosta di pane tostata, frutta secca, fiori bianchi appassiti, mela gialla e pera molto mature, seguite da erbe aromatiche (maggiorana e timo, una leggera menta) e da note minerali chiare di selce su un finale lieve iodato. Al palato subito cremoso grazie alla bollicina non esplosiva (voluta così da Raffaele), fresco, sapido, perfettamente coerente nella retronasale, lungo e minerale nel finale saporito. E’ figlio di un’annata davvero notevole in Irpinia per il Coda di Volpe.

 

 

 

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DOC Irpinia Coda di Volpe 2017

Uve Coda di Volpe 100%; fermentazione in vasche di acciaio inox. Giallo paglierino luminoso. Naso intenso di fiorellini bianchi e gialli, gelsomino e ginestra, seguiti da salvia, maggiorana, susina e pera fresca; nel finale arriva una delicata nota minerale di ghiaia e pietra focaia decisamente elegante. Al palato risulta molto fresco, ottimamente sapido e minerale, rispondente nei profumi percepiti al naso; lungo nel finale, lascia una bocca decisamente pulita e buona.

Quercete – http://www.quercete.com/

A raccontarci l’azienda erano presenti i titolari Vincenzo Nisio e Gabriele D’Antonio. Entrambi molto appassionati e motivati, con semplicità e molto trasporto hanno subito voluto descrivere in toto la produzione di questa particolare e giovane realtà del matese che, oltre per il vino, sta ricevendo sempre maggiori riconoscimenti anche per l’allevamento di razze rare e protette e per i prodotti che ne derivano.

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(Gabriele D’Antonio)

L’azienda è situata all’interno del Parco Nazionale del Matese, in un’area collinare di grande valore ambientale e paesaggistico, nei pressi di Gioia Sannitica (CE), su un unico appezzamento di terreno che si estende per 51 ettari, circondata dai boschi ricchi di querce (da qui il nome Quercete), che nutrono i suini di razza casertana dell’azienda. Vincenzo e Gabriele hanno voluto sottolineare la qualità dei loro allevamenti: della pecora Laticauda (così chiamata per la particolare forma della coda, allevata allo stato brado); dei bovini da latte di razza Bruna Italiana e del Suino Grigio di razza Casertana. Tutti animali dalle caratteristiche uniche e pregiate.

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(Vincenzo Nisio)

Quercete è una realtà agricola custode delle razze allevate e della grande qualità delle relative produzioni artigianali (dai tradizionali salumi, ai formaggi, fino ai famosi vini tanto amati da Re Ferdinando di Borbone). La genuinità delle materie prime è il punto di forza che caratterizza ed identifica l’azienda, così come la conduzione in regime biologico nel pieno rispetto della biodiversità (anche nell’alimentazione degli animali). Quercete è ancora giovane, ma in forte espansione, con progetti ambiziosi che sono già in fase di realizzazione (una cantina di nuova costruzione, Pallagrello Bianco e Rosso Riserva e tante altre novità).

Il Pallagrello Bianco:

è un vitigno autoctono della provincia di Caserta (in particolare dell’antica “Terra di Lavoro”), che ha origini antiche e che rientra tra i vitigni (assieme alla sua versione a bacca nera), tra i preferiti di Ferdinando IV di Borbone. E’ ben nota, a tal proposito, la creazione da parte di questo re della cosiddetta Vigna del Ventaglio, poco lontano dalla Reggia di Caserta (tra monte San Silvestro e il Belvedere di San Leucio), costituita da una sorta di dieci raggi (costituiti da altrettante diverse qualità di uve presenti nel Regno delle Due Sicilie), ma solo due campane: il Pallagrello bianco e nero, varietà all’epoca denominate Piedimonte bianco e rosso, dal luogo di provenienza. Poco produttivi e molto delicati, questi vitigni hanno seguito il destino di gran parte dei vitigni autoctoni della Campania: abbandonati all’inizio del ‘ 900 in favore di piante più resistenti e maggiormente produttive, sono stati riscoperti solo negli anni ‘90. Proprio sul Pallagrello quest’azienda ha puntato molto: anche grazie anche all’apporto professionale dell’enologo Vincenzo Coppola il quale, dopo un’attenta analisi dei terreni a disposizione e la valutazione dell’intrinseca connessione che a Quercete si riscontra tra territorio, clima, altitudine, flora (in particolare determinante la presenza del bosco a latere dei vigneti) e fauna, ha creato vini davvero massima espressione di Quercete.

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PallagRE‘ Bianco 2018

Uve Pallagrello 100%; subisce una macerazione controllata in vasche d’acciaio a 4-5 gradi per per cica 12 ore. Giallo paglierino molto luminoso. Al naso è decisamente intenso e colpisce subito per un vortice di sentori floreali (gelsomino, acacia, roselline bianche e gialle) a cui si accompagnano salvia e menta, una curiosa frutta tropicale molto fresca, quasi acerba (ananas soprattutto), agrumi freschi e un finale iodato e minerale di selce. Al palato immediatamente fresco, croccante e molto fine, decisamente rispondente nei profumi già percepiti, abbastanza caldo, lungo e pulitissimo nel finale. Non è dotato di grandissima stuttura ma, al contempo, ne impressionano le grandi potenzialità e l’attitudine all’invecchiamento, trattandosi di un vino prodotto da vigneti giovanissimi, di 6 anni! Come dire alla De Gregori: “il ragazzo si farà”.

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PallagRE’ Rosso 2017

Uve 70% Pallagrello Rosso e 30% Casavecchia; fermentazione ed affinamento in acciaio. Rosso Rubino scuro, unghia porpora, consistente. Al naso belle note intense e fini di frutta di bosco fresca (mirtillo e ribes), seguita da una lieve nota affumicata, da grafite, smalto, leggero cacao amaro e liquerizia. Al palato fine, nonostante tannini marcati ma setosi, dall’ottima spalla acida, molto rispondente e sapido, dal finale lungo e netto. Un vino che può invecchiare bene e che risulta essere già molto interessante.

Cantine San Biagio Vecchio – http://www.cantinasanbiagiovecchio.com/

Non erano purtoppo presenti i titolari Andrea Balducci e la moglie Lucia Ziniti, entrambi molto impegnati in azienda che gestiscono a 360 gradi con totale dedizione. A illustrarci questa cantina ed i vini in degustazione c’era Alfonso Isinelli, che ha saputo ottimamente sostituite la proprietà.

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La storia di Andrea inizia quando, da giovane, aiutava il giardiniere che custodiva il parco che circondava la sua abitazione, sia per guadagnare qualcosa, sia per amore per la natura. Avrebbe voluto fare Agraria ma, seguendo il consiglio dei genitori, scelse Giurisprudenza. Un giorno lo zio lo informò che nelle colline di Oriolo dei Fichi c’era l’opportunità di prendere in gestione una piccola azienda. In quel periodo Andrea, seppur tentato, non si sentiva ancora in grado di fare quel “salto”, ancora troppo giovane, inesperto e nel pieno degli studi universitari. L’occasione arrivò più tardi, nel 2004, quando Don Antonio Baldassari, appassionato di vino di qualità ed all’epoca proprietario dei terreni dell’odierna azienda, lo prese sottobraccio e lo condusse in mezzo al vigneto, quasi designandolo come proprio successore. Andrea seguì i propri sogni: smise di studiare a 5 esami dalla laurea e prese in mano l’azienda, privo di esperienza ma determinato ed appassionato, con l’aiuto dello zio enologo, del parroco e di un aiutante. La conduzione dell’azienda si può infatti descrivere come artigianale: vi si coltivano unicamente vitigni autoctoni e grano antico; è certificata come biologica, non si utilizzano diserbi né trattamenti sistemici e si procede soprattutto ad un continuo lavoro in vigna; in cantina le fermentazioni sono spontanee; l’uva viene ancora raccolta in cassette, utilizzando le tecniche meno invasive possibile e dosaggi minimi di solforosa. Notevoli le caratteristiche dei terreni di questa azienda: sono siti sul territorio collinare di Oriolo, Castiglione e Monte Poggiolo, che un milione di fa coincideva con una zona costiera di delta fluviale, ricco di sedimenti sabbiosi rilasciati dal mare Adriatico e dai fiumi che vi scorrevano; si tratta di vere e proprie “bolle” di sabbia gialla, intercalate ad argille calcaree e argille rosse. Sono terreni poveri, che creano una crescita delle uve e curve di maturazione più lente, alte gradazioni alcoliche e grande acidità nei vini prodotti.

Centesimino (o Savignon Rosso – Sauvignone)

La storia di questo vitigno romagnolo (chiamato usualmente Savignon Rosso o Sauvignone) ha inizio circa nel ’40, nel periodo post fillosserico e grazie a Pietro Pianori (di Faenza, chiamato Centesimino per la sua avarizia) viene riscoperto e diffuso. Pianori trovò questa varietà nel suo giardino e piantò le marze del vitigno nel suo podere Terbato, a due passi dalla Torre di Oriolo dei Fichi. La vigna di Centesimino di Pietro Pianori è sopravvissuta al Podere Terbato fino al 1980 quando, prima che venisse abbattuta, Don Antonio Baldassari ne recuperò le marze e le piantò a San Biagio Vecchio. Da studi sul suo DNA è risultato che il Centesimino è una varietà unica e autoctona della Romagna (che non ha alcuna affinità con alcun Cabernet Sauvignon o Sauvignon), registrata come tale solo nel 2004; un’uva a bacca rossa aromatica.

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MonteTarbato 2017

Uve 100% selezione di vecchi cloni di Centesimino; fermentazione spontanea con lieviti indigeni; macerazione sulle bucce per circa 20 gg in piccoli tini da 700 lt.; fermentazione malolattica svolta e maturazione in tonneaux per 3-6 mesi. Rosso rubino cupo, unghia rubino, molto consistente. Naso profondo e caldo di frutta molto matura (prugna, amarena, marmellata di ciliegia), su note di tamarindo, hummus, selvatico, pomodoro secco, leggera aggiuga, affumicatura, tutto su un fondo iodato. In bocca morbido, dai tannini setosi, decisamente saporito, di buona freschezza, che ripropone al palato un tamarindo ed una nota iodata molto piacevoli. Dal finale lungo e, di nuovo, nettamente saporito. Vino che esprime pienamente un’annata non facile, molto calda e siccitosa.

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MonteTarbato 2016

Altra annata del medesimo vino, dai connotati molto differenti rispetto al precedente. Rosso rubino scuro, unghia granato. Naso affascinante, molto più giovane rispetto al precedente, di ciliegia ed amarena mature, brezza di mare, impreziosito da una fine rosa e viola mammola, seguite da scorza d’arancia, tamarindo, cacao, liquerizia, tabacco, noce moscata, chiodo di garofano. Caldo al palato, di nuovo impressiona per la grande setosità, morbidezza ed il sapore sapido e gustoso, saporito, in questo caso anche meglio supportato dalla spalla acida e da una grande finezza, e per la perfetta coerenza retronasale. Estremamente lungo e difficile da dimenticare.

Masseria Perugini – https://www.masseriaperugini.it/

Presente in sala Giampiero Ventura, che gestisce l’attività vitivinicola della Masseria e che trasmette, nel raccontare la propria realtà, tutta la serenità e consapevolezza di chi ha realizzato un progetto, con obiettivi di ecosostenibilità ambientale e rispetto del territorio, pienamente riuscito.

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Masseria Perugini è una piccola azienda agricola sita a San Marco Argentano, in uno dei luoghi più incontaminati della bella Calabria, regione a lungo considerata di minor valore rispetto al resto dell’enologia italiana. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una rinascita qualitativa senza precedenti di questa regione. Negli anni Novanta Masseria Perugini è una delle realtà più attive della provincia di Cosenza; un’azienda agricola a tutto tondo con produzione di olio, fichi, agrumi, grano, farine ed allevamento di pecore. Nel 1998 l’azienda ottiene la tanto ambita certificazione biologica, in cui Masseria Perugini crede molto, considerandola uno strumento per sensibilizzare il consumatore finale alla responsabilità ambientale e all’educazione alimentare. Masseria Perugini è situata infatti su un territorio unico, ricco di biodiversità, collocata geograficamente tra il Parco Nazionale della Sila e quello del Pollino, in una compagine collinare compresa tra i 200 e i 400 metri di altitudine (dove, tra l’altro, la microventilazione dei vigneti è perenne e fondamentale per la qualità dell’uva). A partire dal 2016 l’azienda si reinventa, con una gestione nuova e contemporanea, che punta tutto sulla valorizzazione e sul rispetto del territorio: Pasquale Perugini, una volta laureatosi in economia, decide di prendere in gestione l’azienda di famiglia creando anche un agriturismo dotato di 5 camere da letto e di 45 coperti. La gestione dei 5 ettari di vigneto passa nelle mani di Giampiero Ventura e della sua compagna Daniela De Marco, che si occupa delle vinificazioni in cantina: entrambi provenienti da studi e professioni che non avevano nulla a che fare con l’agricoltura, decidono insieme di dedicarsi alla terra a 360 gradi.

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Nelle vigne non vengono utilizzati prodotti chimici di sintesi, né insetticidi e la vendemmia viene svolta manualmente. In cantina la vinificazione parte da fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, non vengono effettuate né filtrazione, né chiarifica e l’eventuale aggiunta di solfiti dipende dall’annata, ma rimane sempre al di sotto dei 30 mg/litro.

Guarnaccino

Il Guarnaccino nero è un antico vitigno a bacca nera della Basilicata, coltivato anche in Calabria e Campania, iscritto di recente al Registro Nazionale delle varietà di vite. Il progetto di recupero è opera del Comune di Chiaromonte, in provincia di Potenza, all’interno del Parco del Pollino. Il termine Guarnaccino è descrive, in realtà, uno o più vitigni coltivati in epoche remote: l’uso meridionale di denominare con questo termine varietà di viti tra loro diversissime, deriva probabilmente dal suo etimo, che dal latino assume il significato di “provvedere, difendere, garantire”, probabilmente nel senso di varietà di uve rustiche che garantivano il raccolto dell’anno. La prima segnalazione di un vitigno con questo nome lo si trova nel catalogo del francescano padre Cupani, datato intorno alla fine del 1600. Nel corso degli studi effettuati su ceppi recuperati nei vecchi vigneti di Chiaromonte, sono emerse le prime caratteristiche di un vitigno dal profilo molecolare fino a qualche anno fa ancora sconosciuto. Tali risisultati sono molto interessanti sia per documentarne la presenza in Lucania da tempi remoti, sia, soprattutto, perché particolarmente idoneo alla produzione di vini naturali, dal momento che il suo adattamento alla propria area consente un allevamento con minimi interventi fitosanitari.

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Pimi Rosso 2017

Uve 100% Guarnaccino Nero; coltivato su terra rossa molto ferrosa; fermentazione alcolica spontanea con lieviti indigeni e macerazione sulle bucce per 21 giorni; affinamento per 9 mesi in botti grandi di castagno di secondo passaggio; nessun uso di solfiti. Rosso rubino abbastanza trasparente e consistente. Al naso subito intensa ciliegia e melagrana mature, granatina, seguite da fini note speziate di pepe bianco, noce moscata, liquerizia dolce, cacao amaro in polvere su un particolare finale ematico. Al palato acidità e tannini la fanno da padroni, questi ultimi comunque molto setosi e di trama fine; sapido e dall’ottima rispondenza retronasale. Lungo, pulito e fine nel finale, direi ancora molto giovane e che assaggerei tra almeno 3 anni. E’ la punta di diamante della linea Masseria Perugini, al punto da essere considerata la riserva della casa. Si tratta di un vino rosso dal lungo potenziale di invecchiamento e di grande espressione territoriale.

 

 

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Pimi Rosso 2015

Figlio di un’annata eccellente, è la versione “extralusso” di questo vino ed ha conquistato davvero tutta la platea del seminario! Naso affascinante, complesso, molto ampio: subito molto intenso il tamarindo e la scorza d’arancia, a cui segue la rosa e la viola appassita, lo iodio, la liquerizia dolce, il tabacco, il cioccolato amaro, una lieve balsamicità e di nuovo, come nel precedente, una finale elegante nota ematica. Bellissimo al palato: pieno, molto setoso, saporito, minerale, rispondente, ma anche ancora dall’ottima freschezza ben presente, il tutto fuso in un perfetto equilibrio. Molto lungo in una bocca nettissima.

Tenute Martarosa – https://www.masseriaperugini.it/it/

Era presente il titolare Michele Travaglini che ci ha raccontato un territorio speciale, tra terra e mare. Michele ha una filosofia produttiva che vuole creare prodotti non solo espressione e valorizzazione di un territorio, ma anche eleganti e raffinati, da vitigni autoctoni mai, in passato, cosiderati capaci di donare vini con tali caratteristiche.

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Tutto ha inizio nel ’38, data in cui i nonni di Michele si trasferirono a Campomarino, piantano i primi vigneti allevati ad alberello e danno inizio alla storia di Martarosa, in un luogo già coltivato a vite dal XIII secolo a.c, in epoca sannitica. Anche Plinio, in epoca romana, elogia i vini di questa regione, descrivendoli tra i migliori d’Italia. I nonni ed i genitori di Michele usano il vino prodotto per provvedere al sostentamento della famiglia e per offrirlo agli amici; per il resto vendono le uve, come al tempo spesso si faceva. Quando arriva in azienda Michele, guidato da ambizione, determinazione e grande voglia di valorizzare il proprio territorio, la trasforma ed inizia ad imbottigliare, etichettare e vendere un vino di qualità, cessando anche la vendita di uve.

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Oggi Michele si impegna a valorizzare la materia prima, che madre natura ed un territorio prezioso donano a Tenute Martarosa. Un territorio investito dalla brezza del mare Adriatico, protetto alle spalle dall’Appennino, dal terreno sciolto in parte sabbioso, con un habitat naturale particolarmente predisposto alla coltivazione della vite.

Tintilia

Un antico vitigno a bacca nera che ha rischiato di scomparire, tanto per cambiare, nel dopoguerra, prima di essere riscoperto e trovare una giusta collocazione e considerazione nel ricco panorama ampelografico italiano. Molto probabilmente la Tintilia è stata introdotta in Molise nella seconda metà del settecento, durante la dominazione spagnola dei Borboni. Anche il suo nome deriverebbe dalla parola tinto, in spagnolo rosso. Il vitigno ha trovato in Molise le condizioni climatiche ideali per diffondersi, tanto che nell’ottocento era l’uva più diffusa, specie all’interno della regione, anche se soprattutto venduto come uva da taglio. Nel dopoguerra, a causa dell’impoverimento della regione, la ricerca di vitigni più produttivi e lo spostamento delle zone coltivate verso le pianure, hanno determinato un progressivo abbandono delle vigne di Tintilia, fino ad una scomparsa quasi completa. Solo negli ultimi decenni si è risvegliato l’interesse verso questo prezioso patrimonio dell’enologia molisana, con il recupero del vitigno e la sua vinificazione in purezza.

E’ un vitigno rustico, che resiste bene al freddo, ma non è molto vigoroso e ha una produttività piuttosto bassa. L’uva, di colore nero-bluastro, ha una buona aromaticità e dà origine a un vino molto particolare, dal colore intenso e carico. Il profilo olfattivo è caratterizzato da eleganti note speziate, che si fondono con sentori di frutta rossa, ma spesso tende all’erbaceo; è dotato di buona acidità e tannini importanti.

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DOC Tintilia del Molise 2016

Uve 100% Tintilia; vinificazione in acciaio e leggero passaggio in tonneaux di primo passaggio. Rosso granato non carico, luminoso. Naso intenso ed elegante di ciliegia e ribes rosso, granatina, scorza d’arancia, vaniglia, caramella alla ciliegia, tabacco molto dolce, leggero caramello e pepe bianco. Palato morbido, dolce, di ottima freschezza, succoso e molto sapido, dal tannino fine, rispondente ed elegante. Pulito e fine nel lungo finale. Deve dare ancora il meglio di sè con qualche anno di bottiglia, per garantire la perfetta evoluzione creata dal leggero passaggio in legno.

Vinica – https://www.vinica.it/

L’azienda ci è stata presentata con tanto entusiasmo e trasporto da Tiziana Sarracco, la responsabile commerciale dell’azienda. Vinica nasce nel 2008 per riqualificare delle terre molto vocate, ma incolte ed abbandonate, e per creare un’agricoltura sostenibile e naturale.

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Sorge sulle colline di Ripalimosani, piccolo borgo a 630 metri slm a nord di Campobasso, su terreni argillosi, marne, crostoni arenacei, calcari detritici e brecciole calcaree, che si sono formate più di 50 milioni di anni fa. E’ situata su un territorio incontaminato, ricco di vegetazione e fitti boschi di querceti, che formano una cornice naturale ai vigneti. Assieme alle viti, l’azienda coltiva oliveti ed ortaggi, per una superficie totale di 220 ettari, con certificazione biologica. Negli ultimi tre anni sono state piantate circa 20.000 piante autoctone su una superficie di circa 15 ha, di cui la metà su terreni produttivi, in modo da ripristinare l’ecosistema originario di questi luoghi, evitando un eccessivo sfruttamento dei terreni. Nella convinzione che il vino si fa prevalentemente in vigna, l’azienda produce vini naturali, con tecniche colturali conservative ed utilizzando unicamente prodotti naturali, sia nei vigneti che in cantina.

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Le uve sono raccolte manualmente e le fermentazioni vengono realizzate, in serbatoi d’acciaio, con i lieviti indigeni della buccia. Non avviene nessun controllo spinto delle temperature, non si utilizzano prodotti per l’estrazione di aromi, non si chiarifica nè si filtra, per mantenere nel vino tutte le caratteristiche dell’uva e perchè si ottenga una maggiore espressione del territorio. Vinica, inoltre, lavora ad un interessante progetto di ricerca, volto a valutare le caratterisiche e le potenzialità enologiche divitigni rari rinvenuti nel territorio, in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi del Molise e l’Arsiam.

 

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DOC Tintilia del Molise Lame del Sorbo 2015

Il nome del vino ha origine da un albero di Sorbo secolare che domina i vigneti della località “Lame”, sulle colline di Ripalimosani. Uve Tintilia 100%; fermentazione spontanea, con macerazione in acciaio per circa 25 giorni con soli lieviti indigeni; affinamento in acciaio per 3 anni e successivamente in bottiglia. Rosso rubino cupo, consistente. Al naso subito intense note di mirtillo fresco, amarena, rosa canina, smalto, seguite da una lieve nota affumicata e di erbe aromatiche, da hummus, da una leggera sensazione erbacea e grafite. Al palato un buon equilibrio di densazioni: morbido, pieno, caldo, con un tannino setoso ma ben presente ed una freschezza ben evidente; di ottima rispondenza retrolfattiva, è lungo e pulito ed ha una buona prospettiva di longevità.

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DOC Tintilia del Molise Lame del Sorbo 2011

Rosso rubino scuro, unghia granato, consistente. Naso complesso, ampio e fuso, più evoluto, tutto giocato su note speziate di tabacco scuro, cacao amaro in polvere, noce moscata, chiodo di garofano; poi arriva la frutta rossa matura (amarena e melagrana), la granatina ed il tamarindo, come adagiate su sottobosco, radice di liquerizia, grafite e smalto. Al palato morbido, molto fine ed elegante, ancora dalla spalla acida vivace, molto rispondente, che lascia un sapore, alla fine, molto lungo e pulito di liquerizia. Ottimo!

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