Il Sangiovese Purosangue a Roma, edizione 2020

“Il Sangiovese sta all’Italia come il Cabernet sta alla Francia: sono vini che esprimono un’identità viticola e vinicola di un Paese”.

Mi sono permessa di iniziare questo articolo con una citazione (non lo faccio mai) di uno dei personaggi più celebri del mondo del vino italiano, che purtroppo da qualche anno ci ha lasciati e che ho avuto l’onore di conoscere personalmente: il grandissimo enologo Giacomo Tachis.

Questo vitigno affascinante, così importante per la viticoltura nazionale, croce e delizia di tanti vignaioli, è stato presentato a Roma qualche giorno fa da EnoClub Siena, nel corso di Sangiovese Purosangue Roma 2020, alla sua ottava edizione, presso il Radisson Blu Hotel.

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L’intento di questa manifestazione di successo fortemente voluta, tra gli altri, da Davide Bonucci e dagli altri organizzatori, è stata quella di far conoscere ed approfondire le varie declinazioni territoriali del Sangiovese partendo dalla produzione toscana, ma con il confronto e l’analisi anche delle altre vaste aree di produzione italiane. L’evento è stato creato attraverso banchi d’assaggio e seminari di approfondimento, che hanno permesso ad appassionati, stampa ed operatori del settore di valutare le diverse declinazioni territoriali di questo magnifico vitigno.

Ma chi è il Signor (è il caso di dire) Sangiovese? Invitato di diritto alla corte dei più grandi vitigni nobili italiani a bacca rossa, è principe tra i principi e re tra i re assieme a Nebbiolo, Aglianico e, mi si consenta, Nerello Cappuccio e Mascalese e tra questi non teme confronti.

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Innanzitutto, per dirlo alla Harry Potter, è un ‘mutaforma’: un camaleonte che sa esprimere le sue caratteristiche varietali attraverso molteplici sfaccettature, in base al luogo ed al terroir in cui viene coltivato.

La sua importanza, per la viticoltura italiana, viene rappresentata dall’alta qualità dei vini che crea, ma anche dalla sue diffusione (è il secondo vitigno più coltivato in Italia dopo il Barbera): il Sangiovese risulta dominante, in particolare, nella produzione dei vini rossi del centro Italia, dov’è praticamente presente in ogni zona e denominazione nelle sue diverse varietà clonali e dove dimostra appieno le sue indiscusse qualità, grazie anche alle varie espressioni dei territori in cui viene coltivato.

Gli ampelografi sono d’accordo sull’origine antica (oltre i 2000 anni) ed autoctona di quest’uva, ma non concordano sulle sue precise origini: alcuni ritengono che il Sangiovese sia un antico vitigno a bacca rossa della Toscana, che sembra debba il suo nome al termine Sangue di Giove, con cui gli Etruschi lo indicavano in epoca antica, in segno di ringraziamento alle divinità per questo frutto della terra. Un’altra teoria evidenzia che i Romani conferissero tale nome ad un vino prodotto nella zona del Monte Giove, nell’attuale comune di Santarcangelo di Romagna, vicino al Rubicone. Altri studiosi citano fonti scritte del 1500, che lo descriverebbero come Sangiocheto o Sangioveto, un vitigno produttivo e di alta qualità che venne menzionato ne ‘La coltivazione delle viti’ da Giovan Vettorio Soderini. Successivamente si è attribuito il nome di Sangiovannese per descrivere un vitigno proveniente da San Giovanni Valdarno. Insomma, un po’ di incertezza sulle sue origini persiste ancora oggi.

Certo è che la prima legge a tutela di questo vitigno, ritenuto al tempo già importante e fondamentale per la viticoltura toscana, fu emanata nel 1716 dal Granduca Cosimo III de’ Medici, per regolare e proteggere la produzione del Sangiovese nel Chianti a Pomino, a Carmignano e nella zona del Valdarno.

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Maggior chiarezza è stata fatta, molto di recente, dalle analisi del DNA, che lo vedono invece legato ai vitigni dell’Italia meridionale, campani e calabresi in particolare.

Viene classificato in diverse varietà per grandezza del grappolo e degli acini, tra cui le due più importanti sono il Sangiovese Grosso e il Sangiovese Piccolo: il primo utilizzato in quasi tutte le produzioni importanti (poiché più vigoroso, produttivo e qualitativamente superiore); il secondo (il Sanvicetro del Casentino), che è caratterizzato da mosti più acidi e meno zuccherini. Si conoscono, inoltre, 6 biotipi: tre in Toscana, uno in Romagna, uno nelle Marche e uno in Corsica, differenziazioni che evidenziano il ruolo fondamentale svolto dai diversi territori di appartenenza. Si aggiunga che in Toscana sono state addirittura evidenziate 14 popolazioni varietali antiche e 5 ecotipi, che presentano caratteristiche diverse nella composizione del mosto e nella produttività!

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In generale, è croce e delizia per i vignaioli che lo coltivano poiché, benchè vigoroso, è anche difficile da coltivare, dato che, seppur si adatta bene a diversi climi, soffre comunque quelli freddi ed umidi. Si adatta anche a diversi terreni, ma dà i migliori risultati sulle zone collinari e su terreni poco fertili, argillosi o argillosi-calcarei, ricchi di scheletro e ben drenanti; predilige temperature calde, le forti escursioni termiche giornaliere e gli ambienti secchi. La sua maturazione è piuttosto tardiva. È particolarmente sensibile alla Botrite e al marciume a causa delle sottili bucce e patisce, anche se non eccessivamente, l’oidio.

Esistono inoltre numerosi cloni, soprattutto perché, come il Pinot Noir, il Sangiovese tende a mutare spontaneamente, come ad esempio in Sardegna dove è conosciuto con il nome di Nielluccio.

Ho già detto quanto quest’uva sia diffusa sul nostro territorio. In particolare, viene coltivato In Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Marche Abruzzo e lo si trova un po’ ovunque tra la Campania e la Puglia fino alla Sicilia (in Italia meridionale è più diffuso quello ‘piccolo’) arrivando, con produzioni minimali, anche in Sardegna ed in Valpolicella.

Dopo la Toscana, l’Emilia-Romagna è la seconda regione per estensione vitata di Sangiovese, anche se come detto quest’ultimo presenta delle differenze abbastanza sostanziali con quello toscano.

La fama a livello internazionale dei grandi vini prodotti con quest’uva di pregio e l’emigrazione italiana in quasi ogni angolo del pianeta, hanno portato il Sangiovese anche all’estero, in particolare in California, ma anche in Sud America: si pensi alla sua grande presenza in Argentina, in cui la zona di Mendoza la fa da padrona.

A Sangiovese Purosangue 2020 ho avuto occasione di assaggiare il poliedrico sangiovese nelle sue tante vesti interessanti, partendo da quello umbro, passando per la Maremma, per poi salire al Chianti Classico, continuare per Montalcino e finire a Predappio, in Romagna. Un bel viaggio ideale tra grandi vini, produttori interessanti e tanta storia e territorio da narrare.

Ecco il racconto di parte di quello che ho assaggiato e delle aziende che me lo hanno permesso regalandomi le loro storie.

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Colle Uncinano

Inizio da Colle Uncinano, al cui banco d’assaggio mi ha accolta Fabrizio Checcacci, il tuttofare dell’azienda che ho investito, come al solito, con mille domande e che, con tanta pazienza e cordialità, è stato così cortese da dedicarmi tanto tempo e permettermi di conoscere bene l’azienda che rappresenta e i vini proposti!

Il mio ‘interrogatorio’ nasceva dalla confessata poca conoscenza del Sangiovese nella sua espressione umbra, che andava sanata…se può valere come piccola giustificazione.

Fabrizio Checcacci

Fabrizio Checcacci

Colle Uncinano è una realtà a conduzione familiare, sita a pochi chilometri da Spoleto, che comprende anche un agriturismo. Le origini di questa cantina risalgono alla fine degli anni ‘90, quando la famiglia Campanella decise di ristrutturare un antico vigneto presente nella tenuta che gli dà il nome: Uncinano. In seguito, anno dopo anno, con passione i Campanella hanno piantato nuove vigne e creato la propria cantina nel 2005. Nello stesso anno viene costruito l’agriturismo Il Molino Antico, ottenuto dalla ristrutturazione di un casolare seicentesco, viene realizzata la prima vendemmia. Colle Uncinato è dunque la realizzazione di un sogno di famiglia, finalizzato ad esprimere al meglio la tipicità del territorio spoletino.

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Nella zona in cui si trovano i vigneti sono presenti notevoli sbalzi termici fra il giorno e la notte, che determinano un microclima particolarmente favorevole per la vite. La proprietà si estende su una superficie di circa 20 ettari e si caratterizza per uno strato superficiale, costituito da sedimenti in prevalenza limosi e limoso-sabbiosi.

Le uve coltivate sono sangiovese, merlot, trebbiano spoletino, grechetto e sagrantino.

Ho assaggiato tutte le etichette in degustazione (non solo Sangiovese!) e ho rilevato una produzione di grande qualità e cura. Ecco gli assaggi:

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Araminto ‘Silver’ 2017, un Grechetto Colli Martani DOC in purezza, che ha subito una criomacerazione con ghiaccio secco, capace di estrarre dall’uva grande intensità olfattiva ed un frutto opulento, molto virato su note dolci tropicali, ananas e banana ed una nota floreale ancora ben presente. Al palato è rispondente, morbido, lungo, saporito, ottimo.

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Trebbiano Spoletino Superiore 2017. Le uve sono state allo stesso modo criomacerate, ma presenta un’intensità olfattiva verticale più fresca, agrumata, di mela gialla e pietra focaia, che rispecchia una beva più ‘croccante’, giovane, agile, sempre lunga e sapida e con prospettive di affinamento notevoli.

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Soviano Regale Sangiovese Colli Martani DOC 2011. Viene affinato solo in acciaio per un anno e ½. All’assaggio mette in chiaro subito la sua provenienza, grazie a note fruttate ancora fresche che alla ciliegia aggiungono mirtilli e ribes, erbe aromatiche ed una leggera spezia. Al palato risponde perfettamente, risulta leggiadro e regala un bel frutto, note leggermente erbacee e speziate, una beva fresca, sapida e pulita.

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Sangiovese Colli Martani DOC Riserva 2010. Affina in barriques 5 tonneau per almeno un anno e sei mesi. Un Sangiovese più austero, ampio, che rivela il suo carattere spoletino con note scure al naso, di amarena e mirtillo maturi ed in composta, noce moscata, caffè tostato, grafite e un finale balsamico. In bocca ribadisce il suo timbro austero ed è etereo, di grande persistenza ed equilibrio con un nobile tannino vellutato ed   appagante, molto lungo.

 

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Tenuta Pietramora di Colle Fagiano

Il bello di partecipare agli eventi come Sangiovese Purosangue? Non solo la possibilità di assaggiare ottimi vini: si possono incontrare le persone che li realizzano materialmente, che ti raccontano le loro aziende ed i propri vigneti come se parlassero di propri figli, che ti fanno respirare le atmosfere dei loro territori. Ma quello che mi entusiasma di più è che questi incontri generano empatia, relazioni, rapporti umani innescati da una passione comune: il vino. Quello che mi è successo quando ho incontrato Gaia Cerrito, che mi ha accolta al banco d’assaggio assieme al suo papà. Pietro, da cui ha preso nome l’azienda. Gaia e Pietro sono stati accoglienti, spontanei e mi hanno fatto sentire tanto a mio agio. Ho percepito subito una bella simpatia reciproca, che mi ha spinta ancora di più ad assaggiare i loro vini. Ed i vini li ho trovati caldi, territoriali, un perfetto specchio delle persone che li hanno realizzati.

Gaia Cerrito e Pietro Cerrito

Gaia Cerrito e Pietro Cerrito

La Tenuta Pietramora di Colle Fagiano nasce nel 1999, anno in cui viene rilevata. La nuova proprietà procede al reimpianto di tutti i vigneti preesistenti. La tenuta oggi possiede 14 ettari vitati, di cui 10 a Sangiovese e il resto Merlot e Vermentino (le vigne hanno 20 anni) e si estende a 300 metri sul livello del mare, nel cuore della Maremma. E’ incastonata in un paesaggio incantevole, che gode di un microclima perfetto per ottenere uve sane e vini strutturati e profumati. Si affaccia a nord verso le pendici del Monte Amiata e a sud-ovest sul mare dell’Argentario, su un terreno che è in parte boschivo, in parte dedicato alla semina, all’olivicoltura ed in parte, nella zona collinare, vitato. Il terreno è molto vocato: galestroso, con composizione calcarea media, dotato di poche sostanze organiche e poca argilla, ed è particolarmente adatto al Sangiovese, vitigno qui principe nella produzione del Morellino di Scansano. Una piccola quota di terreno è vitata a merlot. I vigneti vengono protetti da siepi, ricevono una perfetta ventilazione dal mare e dalla montagna, si trovano in situazione che crea un particolare microclima che favorisce un tale sviluppo compatibile della vite con un sistema di coltivazione esclusivamente biologico, per il quale l’azienda è certificata.

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Mi sono fatta raccontare da Gaia non solo la storia dell’azienda, ma anche quella personale, un po’ per l’immediata simpatia reciproca, un po’ perché incuriosita dal papà che, guardando la figlia con occhi colmi di stima, mi ha invitata a farlo. Qualche similitudine molto rilevante tra le nostre vite mi ha fatto capire il perché dell’istintiva empatia.

Gaia è un caso emblematico di mamma lavoratrice che, constatata la sua energia ed il suo sorriso positivo, sono sicura che riesce a fare bene tutto nonostante sia un ‘tutto’ tanto impegnativo! Sì, perché Gaia ha fatto quattro figlie in tre anni (comprese due gemelle), segue ogni aspetto dell’azienda di persona come se fosse una quinta figlia ed è il bel volto che rappresenta Tenuta Pietramora in tutti gli eventi, tutte le fiere, in tutto il mondo. Non è wonder woman, è solo una brava mamma ed una brava professionista che si spende tanto e…meno male che papà Pietro l’aiuta e supporta!

Passando all’assaggio dei vini, vista la storia della persona, sono stata ancora più contenta di riscontrare all’assaggio vini non solo ottimi, ma anche decisamente interessanti, perché espressione precisa di un Sangiovese frutto di uno specifico territorio e dotati di uno stile produttivo ben definito.

Ecco gli assaggi:

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Morellino di Scansano DOCG Germile 2017

100% Sangiovese, affina solo in acciaio per 12 mesi. Punta tutto su un racconto del territorio con uno stile fresco ed immediato, che dona un naso floreale di viola e una ciliegia e ribes poco maturi, ancora croccanti, soffusi da un lievissimo pepe bianco. Al palato il sorso è fresco, rispondente, decisamente sapido, caldo e dal tannino aggraziato. Pulito nel lungo finale.

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Morellino di Scansano DOCG Brumaio 2017

100% Sangiovese, affina solo in acciaio per 18 mesi. Il corredo olfattivo qui si ‘complica’ e le note fruttate e floreali si fanno più mature e immerse in spezie leggere, soprattutto chiodo di garofano e incenso, seguite da note balsamiche e di cacao in polvere. Al palato anche la struttura s’impone maggiormente ed è più morbido, vellutato, sempre sapido e dal tannino serico ben presente all’appello. Sempre lungo e pulito nel finale. il Magazine Online Winemag a Vinitaly 2019 ha proclamato Il Brumaio il Miglior Morellino di Scansano con l’annata 2016.

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Morellino di Scansano DOCG Petramora 2016

85% Sangiovese, 15% Merlot, affina in acciaio per 6 mesi e successivi 18-24 mesi in botte grande di secondo passaggio. Vino più evoluto, maturo, opulento, che dona un’amarena molto matura ma ancora integra, la viola appassita, una leggera nota di rosmarino secco e cioccolatino boero fondente, impreziositi da grafite, noce moscata e lieve incenso. Al palato conferma l’opulenza, la gran struttura e si rivela un vino caldo, vellutato e saporito, con uno sprint dato da acidità e tannini ancora vivi. Di ottima lunghezza e pulizia.

Stefano Berti

Stefano Berti

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Dopo il Morellino, ho ‘fatto un salto’ in Romagna, tra i Sangiovese di Predappio, per scoprire due piccole aziende molto interessanti, dallo stile parecchio diverso tra loro, che mi hanno illuminata sulle capacità produttive di una zona italiana poco conosciuta, salvo localmente: Noelia Ricci presentata, al banco d’assaggio, dal titolare Marco Cirese e l’Azienda Agricola Stefano Berti, per la quale era presente l’omonimo titolare.

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E’ il nome di un ambizioso progetto di sperimentazione e valorizzazione del Sangiovese di Romagna, che Marco Cirese, ispirandosi all’intraprendenza e capacità di visione della nonna, ha creato all’interno della Tenuta Pandolfa. Siamo a Predappio, un luogo storico per la viticoltura e per la storia del Sangiovese, dove il terreno nasce da generose argille che, salendo di quota, diventano sempre più colorate, leggere ed intrise di minerali. I CRU più interessanti si trovano in prossimità dei crinali delle colline sopra la linea dei calanchi. Noelia Ricci rappresenta un piccolo CRU sul crinale della collina, esposto a sud-est, tra i 200 e i 340m s.l.m. in località San Cristoforo. Qui il clima è continentale e salendo il crinale aumenta l’escursione termica e l’effetto mitigante del mare adriatico, distante solo circa 50 km. I 9 ettari di vigneti di Noelia Ricci sono piantati ad autoctoni Sangiovese, Trebbiano e in piccolissima misura Pagadebit.

Marco Cirese

Marco Cirese

I vini firmati da Noelia Ricci, nome della proprietaria della tenuta e fondatrice della cantina, sono l’espressione nitida di un territorio unico che ha finalmente riscoperto come punti di forza le sue più distintive caratteristiche. Il processo di produzione, in vigna come in cantina, è meticoloso e tradizionale, senza estremismi o forzature. Nascono così vini molto eleganti e tradizionali, di espressiva freschezza e dalla beva piacevole e impeccabile.

Marco mi ha fatto assaggiare il suo ottimo Sangiovese:

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Romagna DOC Sangiovese Predappio Godenza 2018 di Noelia Ricci

Sangiovese 100%. Vinificazione: fermentazione spontanea in acciaio; affinamento: 7 mesi in acciaio, di cui 4 sui lieviti, e 6 mesi in bottiglia. Rosso rubino brillante e trasparente, con qualche riflesso porpora. Al naso è giovane, intenso, profuma di ciliegia e ribes rosso polposi e freschi, a cui si accompagna una deliziosa violetta, una leggera arancia rossa e una lieve speziatura. Al palato è giovane, ma già ben equilibrato e offre una beva piacevolissima, fresca, profumata, di buona morbidezza, dall’alcol contenuto e dall’ottima freschezza e sapidità. Chiude lungo e lascia una bocca molto buona. Bella espressione di un Sangiovese tipico di Romagna, tutta volta ad enfatizzare i sentori varietali, che valorizza al meglio un primo piatto come questo saporito, unto, che viene bilanciato da freschezza e profumi fruttati.

 

Salendo di ‘blasone’ in una scala ideale (e forse anche un po’ idealizzata) di Sangiovese, sono arrivata nell’area della sala dedicata ai Chianti Classici ed ai Brunelli di Montalcino, sicuramente vini iconici, vessillo del Made in Italy nel mondo.

Citerò solo le ulteriori aziende incontrate ed etichette degustate, non raccontandole come le precedenti, solo per economia di un articolo già molto lungo. Confesso di aver scientemente optato per dare maggiore visibilità ad aree territoriali e zone produttive meno note, ma comunque d’eccellenza.

Inizio dai Chianti Classici e da due piccole mirabili produzioni:

Maurizio Alongi

Maurizio Alongi

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Il superlativo Chianti Classico Riserva Vigna Barbischio 2016 di Maurizio Alongi, il titolare ed enologo che dà il nome alla propria cantina (di Gaiole in Chianti), che è alla sua seconda annata di produzione.

Gli ottimi Chianti Classico 2016 e Chianti Classico Riserva 2015, degni figli di due magnifiche annate, prodotti da La Mirandola, di Castellina in Chianti, condotta da Lorenzo Scala.

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Lorenzo Scala

Lorenzo Scala

Proseguo con il principe dei Sangiovese: sua maestà il Brunello di Montalcino!

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Emanuele Squarcia

Emanuele Squarcia

Ho assaggiato il magnifico Brunello di Montalcino 2015 di Castello Tricerchi, ma ho apprezzato anche tanto il contemporaneo Iuli’o 2017 e Rosso di Montalcino 2017, direttamente versati da Emanuele Squarcia, che conduce questa bellissima l’azienda assieme al figlio Tommaso.

Evelise Di Donato

Evelise Di Donato

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Ho proseguito il mio ‘cammino virtuale’ tra i cipressi di Montalcino con una nuova azienda emergente, Poggio Lucina, condotta, assieme al resto della famiglia, da una donna dolce ma risoluta, Evelise Di Donato. Mi ha colpito il nome (tra nomi rari ci si intende!), l’entusiasmo e la passione di questa imprenditrice del vino, oltre agli ottimi Brunello 2015 (in anteprima, non ancora in vendita), Rosso 2015 e 2017 (altra anteprima…scelta coraggiosa!).

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Concludo, at last but not least, come dicono gli anglofoni, con due aziende di Montalcino veri cavalli di razza: Tassi e Le Chiuse, di cui ho constatato la grande qualità di tutte le etichette in degustazione. Entrambe mi hanno entusiasmata per due Brunelli d’eccellenza indimenticabili: Il Brunello di Montalcino Franci 2012 di Tassi e il Brunello di Montalcino 2006 di Le Chiuse. Entrambi emblema di potenza, finezza ed unicità con cui ho concluso, il grande bellezza, questa incredibile giornata.

Al prossimo Sangiovese Purosangue!

Articolo a cura di Saula Giusto

 

 

 

 

 


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